Da quando apparve, negli anni Venti del secolo scorso, la cabina per fototessere - Photomatic - ha saputo attirare l'attenzione dell'uomo della strada e dell'artista. Pittori, scrittori, fotografi, ideatori di installazioni e performance, nonche registi cinematografici furono da subito folgorati da questa misteriosa macchina: una sorta di sgabuzzino segreto in luogo pubblico, simile a un confessionale, all'infantile nascondiglio, al peccaminoso peep-show o a un maleodorante orinatoio (non quello duchampiano da esposizione e asettico). Come se si fosse alle prese con qualcosa di illecito o impudico, ci si cela dietro alla tendina che permette l'intimita necessaria al rituale: scegliere una faccia che il flash immobilizzera in una serie di piccoli autoritratti non tardera a rivelarsi un'operazione molto piu complessa di quanto non sembri. I saggi qui raccolti si soffermano sulla centralita che queste fantastiche macchine crea-immagini come le ha chiamate Wim Wenders hanno saputo assicurarsi in alcune opere di Vladimir Nabokov, Peter Handke, Michel Tournier, nonche in quel capolavoro che s'intitola Alice nelle citta. Primo, non solo per motivi cronologici, Franco Vaccari che segno un punto apicale di estetica compiutezza e photomatica intelligenza, grazie a una leggendaria Esposizione in tempo reale, alla Biennale di Venezia del 1972. Nonostante l'eterogeneita delle opere scelte, a ogni occasione, l'automatico flash azionato con pochi spiccioli officia un rito tutt'altro che privo di magici e metafisici risvolti.